La pelle fa la differenza. Pensiamo alle imitazioni. Pt.2

 
 
 
 

Unic e Cotance, le associazioni delle concerie italiane ed europee, in questi anni hanno intensificato gli sforzi verso un obiettivo comune: rendere l’utilizzo del termine “pelle” correttamente disciplinato dalla normativa italiana ed europea. Questo per due principali motivi: garantire una comunicazione leale verso i clienti e la corretta competizione tra imprese.

In fondo, chi non ha mai sentito termini quali Ecopelle, Wineleather, Similpelle, Finta pelle, Vegan leather, Pelle sintetica?

Questi sono i termini più comuni, usati in modo ingannevole da chi vuole appropriarsi scorrettamente del fascino e della freschezza della pelle. E della sua sostenibilità.

Il conto lo paga il consumatore che rischia di acquistare prodotti di scarso pregio e di probabile durata ridotta, nell’illusione di acquistare un prodotto in vera pelle.

Come conseguenza, si vantano di essere “fatti in pelle” borse, scarpe e giubbotti realizzati in realtà con materiali sintetici derivati del petrolio oppure con scarti di lavorazioni agricole. Sono spesso prodotti senza la traspirabilità, l’isolamento termico, la flessibilità e la resistenza agli sforzi meccanici tipici della pelle.

Proprietà connaturate all’intreccio di fibre tridimensionale, che costituisce la struttura tipica del cuoio.

Sono prodotti senza il carattere naturale della vera pelle, un materiale che nasce dal recupero e nobilitazione di uno scarto dell’industria alimentare.

I tempi attuali ci chiedono di impiegare al meglio le risorse di cui disponiamo, di fare nostri i principi dell’economia circolare.

La pelle si inserisce spontaneamente in questo contesto e l’unica soluzione proposta da chi le fa concorrenza è quella di demonizzarla per principio.

E questo non è giusto.

Se vuoi leggere la prima parte , clicca sotto.

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